IL PIEDE ANELLO TERMINALE DELLA CATENA POSTURALE

IL PIEDE ANELLO TERMINALE DELLA CATENA POSTURALE

I distretti caudali e craniali del corpo comprensivi dei settori podalici, vertebrali e stomatognatici (posizione e contatti occlusali dei denti), grazie alle connessioni delle fasce tendinee dei legamenti, dei muscoli e delle articolazioni, costituiscono anelli di un’unica catena cinematica chiusa e sono quindi fra loro intimamente connessi. In un simile modello di organizzazione biomeccanica regolata dalle leggi dell’equilibrio, del risparmio energetico e del confort psicofisico, sarà inevitabile che una qualsiasi modificazione funzionale e spaziale dai singoli anelli comporti necessariamente spostamenti modificazioni funzionali e compensi negli altri anelli.

Da ciò si evince come il sistema  corporeo non possa essere considerato come il risultato o la somma di tante parti a se stanti indipendenti e separate tra loro ma piuttosto vada analizzato e trattato terapeuticamente come un sistema funzionale integrato complesso improntato, in tutte le sue risposte di tipo neuro biomeccanico alle informazioni e sollecitazioni ambientali, ad un coinvolgimento globale di tutte le sue componenti in modalità specifica individuo e tempo variabile ma sempre con organizzazione di tipo unitario.

Questi fatti sono maggiormente comprensibili se si pensa anche alla integrazione delle componenti neurologiche del sistema corporeo in quanto le informazioni  sensoriali della pelle, dei muscoli e delle articolazioni di  ogni singolo distretto, gli ingressi recettoriali di tipo visivo, vestibolare, trigeminale per alterati contatti dei denti in occlusione, viscerale confluiscono in un unico sistema di convergenza a livelli di centri sottocorticali plurisensoriali (ad  esempio il nucleo vestibolare laterale del Deiters,  la sostanza reticolare …) che modulano, integrano  tali informazioni permettendo sia la ricostruzione a livello cerebrale dello schema corporeo sia fornendo la regolazione del sistema tonico posturale corpo.

Ciò spiega come modificazioni dei segnali in arrivo da un distretto (es. piedi) possono condizionare per integrazione biomeccanica e neurologica una risposta in compenso o adattamento sia della posizione statica che dell’espressione motoria dinamica del corpo.

Da questa premessa ne consegue che il piede non rappresenta semplicemente un distretto corporeo a se stante, ma un vero e proprio terminale (cioè stazione di partenza e di arrivo di informazioni) oltre che interfaccia importante con il suolo.

Il piede quindi è un anello integrato biomeccanicamente e neurologicamente con tutto il resto del corpo e la sua forma ed espressione funzionale al suolo sia in statica che in dinamica può essere originaria di una patologia primaria a tale livello (piede causativo) e/o di una risposta compensatoria ad altre problematiche a monte (piede adattativo o misto).

 

Il plantare sotto questo aspetto, dunque, non potrà limitarsi ad avere  un semplice ruolo di equalizzatore delle forze o correttore biomeccanico locale dell’appoggio statico i dinamico al suolo dei piedi come nei casi di problemi di tipo causativo primario del piede, assolvendo in tal modo anche un ruolo di informatore e modulatore di problemi posturali a monte.ma dovrà tener conto talora, prima di essere confezionato, della presenza di interferenze disfunzionali patologiche a monte che se non esaminate e risolte potrebbero portare o a dei parziali risultati o addirittura nel caso di piedi di tipo adattativo puro a peggioramenti dei disturbi dolorosi a livello del sistema posturale che viene privato dei suoi compensi a valle.

Ciò richiederà una corretta indagine posturale globale atta a stabilire e capire quanto la patologia podalica sia espressione di una semplice alterazione distrettuale o di una più complessa patologia a monte.

A tal fine è stato messo a punto un sistema d’ indagine strumentale multifattoriale integrato comprensivo di una analisi tridimensionale dell’assetto dei piani corporei, di una valutazione della distribuzione delle forze al suolo sia in condizioni statiche (analisi della distribuzione dei carichi sulle volte plantari e del controllo oscillatorio in ortostatismo) che dinamiche  (esame della distribuzione delle forze al suolo durante il cammino) e dell’attività in riposo e in funzione della muscolatura posturale (esame elettromiografico di superficie).

Per la registrazione di tutti questi parametri ci si avvale di diversi tipi di apparecchiature (telecamere 3D ad infrarossi, elettropodoscopi, pedane baropodometriche, pedane di forza stabilometriche, elettromiografi di superficie).

Con tale procedura è possibile analizzare in modo integrato la situazione funzionale posturale (assetto spaziale corporeo, distribuzione delle forze) dei soggetti in condizioni di base (condizioni abituali), e confrontarla con la risposta funzionale posturale in condizioni di prova evocata tramite informazioni, variazioni, attivazioni/sollecitazioni sensoriali a vari livelli.

La valutazione del tipo di risposta posturale così ottenuta (in miglioramento, peggioramento o in neutralità) e l’analisi della sede e del tipo di variazione informativa e sollecitazionale che la ha determinata, può permettere in maniera affidabile e misurabile la valutazione della presenza o meno di interferenze parassitarie negative in gioco nella estrinsecazione della patologia posturale e stabilirne il tipo e la sede di origine. Potranno così essere messi in evidenza situazioni in cui la patologia podalica potrà essere espressione secondaria di problemi posturali più complessi e riguardanti altri distretti.

Molto spesso infatti l’atteggiamento in piattismo o in cavismo dei piedi possono essere correlati a problemi di distonia nella catena muscolare superiore dall’ atteggiamento viziato della colonna vertebrale e del bacino se non addirittura del distretto cranio-cervico-mandibolare. in questo caso, fatta una buona diagnosi, non si procederà immediatamente a una  correzione passiva  dei vizi di appoggio plantare ma  alla normalizzazione del settore posturale primariamente alterato, intervenendo a seconda dei casi con procedure di riequilibrio a carattere fisiatrico ortopedico (Rieducazione posturale globale in distensione e riallineamento), con procedure  di riequilibrio di tipo odontoiatrico gnatologico, (bite, ortodonzia, protesi) ecc. che sicuramente ridurranno o normalizzeranno del tutto  l’errore funzionale del piede.

Viceversa, se il problema primario risulta provenire esclusivamente dal settore podalico, sarà, da questi distretti che dovremo procedere con la correzione con conseguenti effetti di normalizzazione a cascata di tutti gli anelli posturali a monte.

Niente da meravigliarsi, della scomparsa di lombalgie, cervicalgie, se non addirittura di problemi interessanti l’articolazione e la muscolatura della bocca. Il plantare in questa nuova ottica dovrà essere considerato come un normalizzatore della funzione non solo dei piedi, ma di tutta la catena muscolare a esso connessa.

Anche diverse patologie dei piedi e degli arti inferiori, sia statiche che dinamiche, (cavismo piattismo dita a griffe alluce valgo dismetrie), possono essere espressione di problemi funzionali a carattere più generale (alterazioni catene neuromiofasciali a monte) rispetto ai quali il piede può essere un punto di arrivo o di partenza.

L’ ortesizzazione immediata senza la correzione dei problemi causati di partenza non farà altro che cristallizzare il problema originale a monte e, togliendo la sua espressione di compenso lo aggraverà. Ciò spiega come a volte la correzione dei piedi può normalizzare l’appoggio ma, per contro, scatenare reazioni algiche e disfunzionali a livelli superiori. In questa nuova dimensione di pensiero l’ortesi plantare riveste un ruolo importante ed esige una considerazione molto più attenta, mettendo al bando tutte quelle facili ortesi plantari prese dal “cassetto” e che non abbiano quei requisiti che si adattano alle necessità dei piedi.

Questo non vuol dire che tutte le ortesi plantari andranno fatte su calco gessato, ma impone che il tecnico sia in grado di valutare, insieme al medico la globalità del problema senza limitarsi alla mera vendita di un plantare cosiddetto anonimo che sicuramente non avrà lunga vita nei piedi di chi lo dovrà indossare. Da quanto detto fin ora si capisce che l’ortesi plantare dovrà cambiare le sue caratteristiche da meramente meccaniche a quelle di tipo funzionale in armonico rapporto con tutta la muscolatura del corpo.

 

E.. La calzatura?

 

Un accenno alla calzatura la quale dovrà contenere sia il piede che il plantare mi sembra quantomeno doveroso.

Purtroppo una parte dei plantari che vengono costruiti sono ancora subordinati alle scarpe questo fa sì, purtroppo, che l’ortesi subisca ancora un colpo d’ascia alla sua funzionalità. Un particolare appunto riguarda le calzature da donna notoriamente prive delle caratteristiche funzionali rispondenti alle necessità del piede, ciò è dovuto a una mancanza totale di cultura. Direi che la scarpa in questi casi non è un capo “d’abbigliamento”

Tutti sappiamo bene quanto tempo impieghiamo, i nostri colleghi anglosassoni direbbero più opportunamente “quanto tempo spendiamo”, per convincere i nostri pazienti ad adottare calzature con criteri costruttivi diversi, ma aimè purtroppo tutto questo non è alla moda.

Fortunatamente però il settore calzaturiero attento alle necessità e alle richieste del mercato sta costruendo una tipologia di scarpe che coniugano l’aspetto estetico con il funzionale permettendoci un più facile inserimento del nostro plantare.